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Messaggio Da Kakashi Hatake il Sab Giu 14, 2008 11:46 pm

In questo racconto si assiste al primo incontro tra Holmes e John Watson, un ex medico militare appena tornato dalla guerra nelle colonie britanniche. Watson, parlando con un suo giovane assistente, Stamford, dichiara di essere in cerca di un alloggio a buon prezzo; al sentire ciò, Stamford gli menziona allora Sherlock Holmes, il quale è in cerca di un coinquilino con cui dividere le spese di un bell'appartamento. I due perciò si conoscono, e con una stretta di mano ed una semplice occhiata Holmes intuisce il mestiere di Watson, lasciandolo esterrefatto della propria intuizione. I due sembrano subito in sintonia, e prendono in affitto l'appartamento al 221B di Baker Street.
La vita dei due coinquilini è tutto sommato tranquilla. Watson inizia ad incuriosirsi sul mestiere di Holmes, ed è affascinato dalle sue capacità deduttive; ha presto la possibilità di osservare le capacità dell'amico direttamente sul campo: il detective riceve la richiesta di aiuto da parte di Gregson, ufficiale della polizia, che lo coinvolge in un caso alquanto complesso, al quale lavora anche il capitano Lestrade, unico, assieme a Gregson, capace di distinguersi tra gli uomini di Scotland Yard. In una casa disabitata per motivi sanitari, viene trovato il cadavere di Enoch J. Drebber, americano di Cleveland, Ohio. Il corpo non presenta ferite, ma tutt'intorno vi è del sangue; quello stesse sangue sul muro compone la parola RACHE, che in tedesco significa vendetta. La conformità della stanza e la presenza di una candela rossa su una mensola fanno si che Holmes parli della stanza appunto come di uno studio in rosso.
La polizia arresta Arthur Charpentier, figlio della proprietaria della omonima pensione dove Drebber e il segretario, Joseph Stangerson, alloggiavano; il giovane aveva avuto un diverbio con Drebber, che, ubriaco, aveva importunato la sorella.
Un paio di giorni dopo viene però assassinato anche il signor Joseph Stangerson, trovato morto in una stanza d'hotel, freddato da una pugnalata al cuore.
Sherlock Holmes riesce, grazie alle sue acute osservazioni, ad individuare l'omicida, che risponde al nome di Jefferson Hope. Hope, come Drebber e Stangerson, è americano, e ha ucciso i due uomini, appartenenti ad un gruppo di mormoni dalle ferree regole, perché colpevoli indiretti della morte di Lucy Ferrier, donna da lui tanto amata, e barbari esecutori della morte del padre, John Ferrier. Hope li ha inseguiti per due continenti, senza mai dimenticare le gravi colpe di cui si erano macchiati: ha comunque concesso una possibilità di salvezza a Drebber: i due dovevano prendere una pillola a testa, contenuta in una scatoletta di metallo di proprietà dello stesso Hope; una capsula era avvelenata, l'altra no. Drebber, secondo un disegno della previdenza (questo il pensiero di Hope) ha preso quella avvelenata. Stangerson si è invece rifiutato di fare questa scelta, e nella conseguente colluttazione è stato pugnalato dal suo aggressore.
Hope ha cosi compiuto la sua personale vendetta, come un giustiziere; malato da tempo, muore un paio di giorni dopo l'arresto, ma sul suo volto è dipinta la gioia di aver compiuto ciò che si era prefissato per anni.
Holmes così risolve brillantemente un caso che sembrava irrisolvibile, ma, come da lui stesso previsto all'inizio, i meriti di quell'operazione andranno tutti a Lestrade e Gregson. Watson insinste nel voler scrivere un diario in cui narrare le grandi doti e i meriti del suo amico, che però non è interessato né alla fama né ai riconoscimenti per quello che ha fatto: gli basta sapere di aver trionfato, citando un celebre passo di Quinto Orazio Flacco
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